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 RIPARTIRE DALLA PMI

Nuova centralità e nuova rappresentanza per la piccola e media impresa italiana

 


1.   LA PMI TRA CENTRALITÀ ECONOMICA E MARGINALITÀ POLITICA

Il mondo della rappresentanza imprenditoriale in Italia è da tempo  attraversato da correnti di trasformazione sia di natura esogena (le  dinamiche economiche, politiche, culturali che percorrono il resto della società), sia di natura endogena (i processi evolutivi che modificano  l’interno stesso delle organizzazioni a seguito dell’affacciarsi di nuove istanze e dell’attualizzazione di quelle vecchie). L’insieme di questi cambiamenti sta producendo nel panorama della rappresentanza segnali di un’incipiente crisi di identità, presumibilmente destinati ad accentuarsi nel prossimo futuro e ad innescare una profonda riflessione, almeno da parte delle componenti più sensibili.  Se questo accade nell’universo della rappresentanza, nel mondo  dell’impresa continuiamo a constatare come ancora oggi permangano sostanzialmente immutate alcune ataviche questioni che oggettivamente frenano l’attività della Pmi. A questo si aggiunga la diffusione crescente, sia tra gli operatori che negli organismi di rappresentanza, della sensazione di non riuscire a fare sentire la propria voce e di non incidere adeguatamente nella determinazione delle politiche di sviluppo di questo paese.L’Italia, com’è noto, è storicamente il paese che sulla fitta trama di piccole e medie imprese diffuse sul territorio ha costruito la sua connotazione strutturale. Anzi, possiamo spingerci a dire che le nostre piccole e medie unità industriali, artigiane, commerciali, agricole sono sempre state qualcosa di più che dei meri aggregati economici, rappresentando esse, ad un tempo, un portato del territorio, un canale di promozione individuale, una manifestazione di democrazia e un fattore di coesione sociale. Esse hanno in sostanza rappresentato la modalità  assunta dal fenomeno capitalistico nel nostro paese.  A fronte di quest’assoluta centralità sul terreno dei processi strutturali, la Pmi non è però riuscita a conquistare una pari centralità sul terreno della coscienza collettiva e su quello dell’elaborazione delle politiche di sviluppo. Lo stesso sistema politico, che pure non perde occasione per esaltare verbalmente i meriti e il ruolo della Pmi, sembra nei fatti subire la seduzione e le pressioni della grande impresa, sulla quale sostanzialmente tendono a conformarsi le politiche economiche. Mentre, al contrario, intorno alla Pmi la Politica non sembra essere ancora riuscita a creare un habitatpienamente amichevole, anzi spesso dà l’impressione che quasi si diverta a creargliene uno ostile.  

 

2.       PER UN NUOVO PARADIGMA 

Ciò che oggi serve nel paese è l’adozione di nuove coordinate culturali che favoriscano un “ricentraggio” delle politiche di sviluppo  sulla Pmi. Noi siamo un paese che non può mettere tra parentesi la Pmi, poichè essa è un tutt’uno con la nostra identità economica nazionale. Quello italiano è tipicamente un “capitalismo di territorio”, ovvero un modello saldamente incardinato sulla piccola e media dimensione e sul legame che quest’ultima è riuscita ad intessere con il contesto economico, geografico e culturale. Un capitalismo dove, piaccia o no, è l’individuo-imprenditore (o tutt’al più la sua famiglia) ad essere il perno centrale; dove vige ancora la cultura del fare, del produrre, del rischio, del mercato; dove, insomma, ancora agiscono gli animal spirits del capitalismo. Oggi questo patrimonio materiale e culturale è esposto ad un serio rischio di impoverimento, con la possibile conseguenza di allentare nel popolo dei piccoli e medi imprenditori quell’instancabile tensione verso il progredire che li ha da sempre accompagnati. E senza il singolo imprenditore con la sua abilità nel produrre lavoro e ricchezza; senza la sua tensione “visionaria” e la sua arte di integrare creativamente i diversi fattori produttivi; senza, infine, la sua capacità di proiettare nel futuro la propria azienda, il capitalismo italiano rischia di smarrire la propria natura  e con essa la spinta propulsiva. Noi dobbiamo affermare con forza che la Pmi non costituisce un’anomalia per questo paese, né un retaggio del passato dal quale doversi liberarsi per fare ingresso nella cosiddetta modernità, ma è il modo che la collettività ha ritenuto più proficuo per produrre e per organizzare il proprio modello produttivo. Purtroppo, invece,  avvertiamo la sensazione che in settori non piccoli del paese alberghi ancora la convinzione che la Pmi sia in fondo il luogo dell’arretratezza produttiva, dell’evasione fiscale, dello sfruttamento del lavoro, e che dunque compito della politica sia sostanzialmente quello di porre un argine al suo campo d’azione in nome dell’interesse collettivo. Settori della politica e dell’opinione pubblica ancora non pare si siano del tutto liberati – anche se non sempre si ha il coraggio di ammetterlo apertamente – dalla convinzione che l’iniziativa privata sia comunque di rango inferiore rispetto a quella pubblica, una sorta di male necessario che il più delle volte confligge con il bene collettivo. Noi, viceversa, siamo fermamente convinti del contrario. Anzi riteniamo che la Pmi sia il vero valore di questo paese, che la politica è chiamata non a limitare ma anzi a difendere e soprattutto a promuovere e a valorizzare, proprio in nome dello sviluppo economico e del benessere sociale. Noi rivendichiamo infatti, oltre alla sapienza produttiva, anche la sensibilità etica e ambientale della Pmi, poiché essa mette l’uomo, e non il mero profitto, al centro dello sviluppo: uno sviluppo che deve essere sostenibile, rispettoso delle regole e non predatorio.L’ampiezza raggiunta dalla forbice tra la realtà strutturale della Pmi, da un lato, e la sua reale rappresentazione, dall’altro, ci convince che è giunto il momento di procedere ad una sorta di rivoluzione culturale,  che deve coinvolgere l’intera comunità nazionale in tutte le sue componenti, da quelle economiche a quelle sociali a quelle politiche. Una rivoluzione culturale che approdi alla costruzione di un nuovo soggetto di rappresentanza, capace di trascendere (senza tuttavia escluderla) la connotazione meramente sindacale, per svolgere invece, anche sul piano culturale, un ruolo di stimolo e di sensibilizzazione nei confronti del paese circa l’opportunità di assegnare alla Pmi, nei fatti, la funzione di “soggetto  generale” dello sviluppo. 

 

3. I NODI DA SCIOGLIERE

Si e ripetutamente usata in queste pagine l’espressione “mettere la Pmi al centro delle politiche di sviluppo”. Per noi questo significa essenzialmente intervenire su quelli che consideriamo i nodi strutturali più importanti da affrontare per ridare una prospettiva a questo comparto. 

 

Credito.

Tra le numerose problematiche che attanagliano il mondo della Pmi, quelle legate alle difficoltà di accesso e agli alti costi del credito sono indubbiamente le più importanti. Oggi, per fare un solo esempio, la Pmi si trova schiacciata tra un sistema bancario, che fa  pagare uno spread sensibilmente più alto di quello che applica alla grande impresa mentre al tempo stesso le chiede maggiori garanzie, da un lato, e, dall’altro, la rete della grande committenza, pubblica e privata, che ritarda in maniera abnorme i pagamenti delle forniture. Con ciò costringendo la Pmi a ricorrere al credito per le sue esigenze operative e a diventare di fatto, suo malgrado, cofinanziatrice di grandi imprese e pubblica amministrazione. Non è dunque ulteriormente rinviabile l’adozione di una politica che faciliti l’accesso della Pmi alle risorse finanziarie.  Non si può far mancare a questa impresa la linfa vitale di cui necessita per crescere ed affermarsi sui mercati nazionali e internazionali. A noi sembra che su questa materia ancora oggi non vi sia la chiarezza necessaria riguardo al disegno strategico che le istituzioni  nazionali e regionali intendono perseguire per valorizzare la rete esistente dei Confidi – lo strumento attualmente più importante per avvicinare le Pmi al mondo del credito – e per rafforzare il sistema delle garanzie, attualmente ancora troppo debole. Ciò che oggi serve è un’iniziativa forte e concentrica sul tema del credito, messa in campo da tutti i soggetti istituzionali, nazionali e locali, non esclusi il sistema camerale né quello bancario, attraverso la quale pervenire ad un’integrazione delle risorse tale da massimizzarne  l’efficacia. Il tema della costruzione di un  sistema del credito a misura di Pmi deve diventare una grande questione nazionale di cui le forze politiche dovranno farsi pienamente carico. 

 

Energia.

In questi ultimi tempi, in modo particolare, la questione  energetica è salita alla ribalta nel nostro paese conquistando un posto centrale nel dibattito politico ed economico, come una delle dimensioni principali della competitività. L’evolversi  degli scenari internazionali e il moltiplicarsi dei competitors dovuto alla dimensione ormai globalizzata dell’economia accentuano la criticità del fattore energetico per il nostro sistema imprenditoriale.L’Italia è il paese europeo dove più alto è il costo del kilowattora per uso industriale. Il che si riverbera, comprensibilmente, sulla questione dello sviluppo tout court. Le nostre imprese hanno bisogno di energia per crescere ma ne hanno bisogno a costi concorrenziali. Dobbiamo capire con chiarezza quali saranno per il prossimo futuro le grandi opzioni energetiche per un paese come l’Italia, che dipende dal petrolio per l’85% circa del suo fabbisogno energetico (contro una media europea del 50%), e come gli attori delle politiche industriali intenderanno far fronte nei prossimi anni alle esigenze di approvvigionamento energetico del nostro sistema produttivo. Saper mettere in campo da subito una politica energetica intelligente, lungimirante, pragmatica e non ideologica sarà il banco di prova per capire se la nostra classe dirigente ha realmente a cuore o meno la Pmi.

 

Innovazione tecnologica.

Questo tema sembra ormai essere entrato nell’agenda di tutti i governi da quelli locali a quello nazionale. Tutti i documenti programmatici riservano sempre uno spazio importante alle politiche che promuovono la ricerca e l’innovazione tecnologica nel sistema industriale. Costatiamo però che permane ancora intatta la  difficoltà a comprendere appieno come il tema dell’innovazione si  declini sulla Pmi. Un errore frequente è quello di parlare alla Pmi con lo stesso linguaggio usato con le grandi imprese. Ciò è alla base di situazioni anche paradossali, come ad esempio la difficoltà di trasformare in fattore di sviluppo per la Pmi l’attività di ricerca prodotta dai grandi enti pubblici anche quando essa è piuttosto sviluppata, come ad esempio accade nel Lazio. Noi crediamo che per colmare questa lacuna si debba abbandonare l’idea che tutte le Pmi possano avvicinarsi all’innovazione spontaneamente, senza un’adeguata opera di sensibilizzazione prima, e di accompagnamento sistematico dopo, da parte di strutture dedicate. Per avvicinare la Pmi all’innovazione non ci sono scorciatoie. Bisogna entrare dentro l’impresa, ascoltare l’imprenditore rispettandone la cultura e conoscere le caratteristiche del processo produttivo, le sue criticità e le sue possibilità evolutive. Solo al termine di questa full immersion si potrà programmare, sempre di concerto con l’imprenditore, un percorso di introduzione dell’innovazione in azienda, praticando forme di partnership con le strutture che producono conoscenze scientifiche. In assenza di questo passaggio fondamentale, il sistema della Pmi nella sua generalità continuerà ad esprimere una scarsa reattività ai richiami all’innovazione provenienti dal sistema esterno.

 

Formazione.

Il tema della formazione e della valorizzazione del capitale umano oggi impone di essere affrontato in termini qualitativi non meno che quantitativi. Crescita e sviluppo del sistema economico, per un verso, e costante affinamento qualitativo delle risorse umane all’interno delle aziende, per un altro, risultano fattori sempre più strettamente interconnessi al punto che non può aversi il primo senza il secondo. Ma per ottenere un’adeguata qualificazione professionale delle risorse umane occorre mettere in campo una serie di strumenti che consentano di leggere anticipatamente le tendenze del mercato del lavoro e i fabbisogni in termini di profili professionali, per ridurre al minimo lo scarto temporale che ancora permane tra la percezione del fabbisogno da parte delle aziende e la disponibilità sul mercato del profilo adeguato. Questo in particolare nel mondo della Pmi, che quasi mai dispone di risorse finanziarie e organizzative sufficienti per  provvedere in autonomia all’aggiornamento formativo ritagliato sulle proprie necessità. Anche sulla questione della formazione professionale, in particolare sulla formazione continua, occorre adottare il punto di vista della Pmi. E’ necessario cioè calibrare contenuti e modalità di erogazione della formazione permanente sulle specifiche esigenze della Pmi, e non semplicemente trasferire schemi e modalità pensati per la grande impresa all’interno di realtà imprenditoriali che presentano modelli funzionali, produttivi e organizzativi completamente diversi. 

 

Produttività.

Il recupero di produttività è la porta attraverso la quale necessariamente passa il rilancio del nostro sistema economico nazionale. Le graduatorie europee e mondiali in questo senso, stilate periodicamente dai principali istituti di ricerca, ci vedono costantemente  al disotto dei nostri partner europei con la tendenza a scivolare sempre più in basso. Dobbiamo assolutamente incrementare  la nostra capacità produttiva per addetto, ma non si pensi che il problema riguardi solo il sistema produttivo, né tanto meno la sola Pmi.  Da questo punto di vista anzi, possiamo dire che ampi appaiono i ritardi da parte delle grandi imprese, le quali, anche a causa di ciò, hanno notevolmente perduto terreno e in taluni casi l'intera battaglia con i diretti concorrenti in settori un tempo invece ben presidiati.Ma chi non può certamente essere lasciato fuori dal richiamo alla produttività è tutto il comparto della pubblica amministrazione e più in generale l’intero settore pubblico, dove dovrà affermarsi un cambio di passo in tal senso, che dia cittadinanza al concetto di produttività all’interno del modello organizzativo statale. Più in generale, incrementi significativi di produttività dovranno essere perseguiti soprattutto a livello sistemico, aumentando l’efficienza dei  servizi a supporto delle imprese (da cui non sono esclusi per l’appunto i servizi della P.A.), della rete delle infrastrutture, materiali e immateriali e dei sistemi informativi. Se il paese riuscirà a fare questo, allora potremo sperare di confrontarci con i nostri diretti competitorsda una posizione, se non di vantaggio, quanto meno di parità. 

 

Liberalizzazioni e concorrenza.

Liberalizzazioni e concorrenza rappresentano due leve fondamentali attraverso le quali imprimere una spinta ad un mercato che in alcuni comparti presenta ancora connotati protezionistici. Vanno dunque portati avanti e ulteriormente ampliate le liberalizzazioni già avviate col decreto Bersani. Il mercato ha bisogno di recuperare efficienza e dinamismo anche a livello locale, dove occorre introdurre maggiore concorrenza, evitando la riproposizione su questa scala di forme monopolistiche già conosciute a livello nazionale.Oggi non è più ammissibile che perduri il dualismo tra il comparto delle aziende (quasi sempre piccole e medie) che operano in regime di concorrenza sui mercati nazionale e internazionale e aziende che, al contrario, operano in regime di monopolio o di pseudoconcorrenza, come ad esempio le public utilities.Dobbiamo sanare quest’anomalia se vogliamo ridare efficienza e  competitività a tutto il sistema. 

 

Internazionalizzazione.

Oggi il confronto con la dimensione globalizzata assunta dall’economia non può essere più eluso neanche dalla Pmi, la quale tuttavia denuncia ancora dei limiti strutturali nel processo di penetrazione sui mercati internazionali. Noi pensiamo che le politiche dovranno essere finalizzate ad imprimere una poderosa accelerazione a questo processo, che potrà essere ottenuta solo se saranno attuate azioni incentrate sul deciso   riconoscimento del ruolo svolto dai Consorzi per l’export, che è opportuno vengano considerati non già interlocutori occasionali bensì partner cruciali delle Istituzioni nella definizione delle strategie e nella messa a punto degli interventi. Nell’attività rivolta ai mercati internazionali, se è vero che la Pmi può contare sull’atout rappresentato dalla sua tipica struttura flessibile, che consente di adattare processi e prodotti alle caratteristiche e alle richieste di volta in volta mutevoli del mercato, è altrettanto vero che essa si rivela carente per quanto concerne la conoscenza approfondita dei contesti generali e delle dinamiche più complesse che interessano i paesi verso cui essa si orienta. E’ su questo, pertanto, che dovranno incentrarsi le politiche pubbliche di sostegno all’internazionalizzazione, le quali dovranno fornire assistenza e servizi di tipo avanzato, quelli che la singola Pmi da sola non è in grado di produrre.

 

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